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Green energy e Paesi emergenti: perché il boom delle rinnovabili non è ancora planetario

Di Valentina Chabert

Disuguaglianze sociali, impedimenti economici e una forte disparità nell’accesso ai capitali a basso costo: questi i principali fattori annoverati tra le cause del rallentamento della diffusione delle energie rinnovabili a livello globale, secondo Bloomberg.


Nonostante le installazioni di fotovoltaico abbiano superato la capacità di 1TW in oltre due decenni – e la competitività dei costi della tecnologia prometta una riduzione delle tempistiche per il prossimo terawatt, la transizione energetica non sembra procedere in modo omogeneo su scala internazionale per la mancanza dello sfruttamento del potenziale di energia rinnovabile da parte di numerosi Paesi emergenti e in via di sviluppo.


Al mese di giugno 2022, il taglio dei costi indotto da ingenti sussidi alle rinnovabili in Europa e Stati Uniti ha indotto un incremento della produzione di pannelli e ad una maggiore economicità nella generazione di nuova energia elettrica, portando dunque le cinque maggiori economie del mondo – USA, Cina, Giappone, Germania e Regno Unito, che ospitano meno della metà della popolazione mondiale – a possedere circa due terzi dei pannelli fotovoltaici e delle turbine eoliche esistenti. In cifre, queste nazioni hanno assorbito oltre il 40% della capacità solare e il 45% di quella eolica.


Al contrario, le popolose economie in via di sviluppo continuano a soddisfare il proprio bisogno energetico facendo ricorso ai combustibili fossili, mentre gli investimenti in energie verdi e fonti rinnovabili procedono a rilento o restano addirittura assenti: l’Algeria, ad esempio, ha installato meno della metà dei pannelli solari della Danimarca, nonostante abbia una popolazione sette volte maggiore e il 70% in più del suo potenziale solare, generando così solo lo 0,45% di elettricità da rinnovabili contro il 5% del Paese europeo. Simile la situazione dell’Egitto, che – nonostante abbia condizioni di ventosità simili a quelle degli Stati Uniti – è rimasto sotto il 2% del mix complessivo di generazione di energia elettrica da fonti eoliche.


Tra i casi più emblematici figura tuttavia l’Indonesia, i cui 484.000 Kmq di aree idonee al fotovoltaico (terre aride, savane, miniere e piantagioni agricole), che ammontano a poco meno di un quarto di tutto il territorio indonesiano, potrebbero contenere quasi 20.000 GW di impianti solari e generare 27 milioni di GWh di elettricità – ben il 18% in più di tutta l’elettricità consumata a livello globale nel 2019. Ciononostante, lo scorso anno il solare indonesiano ha contribuito solamente ad un misero 0,07% della produzione di elettricità nel Paese. Le criticità sembrano essere legate all’impossibilità di connettere le linee elettriche alle oltre 17.000 isole e alla dipendenza da generatori diesel e carburante di numerose città nelle aree più remote della nazione. Di qui l’installazione di soli 210 MW di fotovoltaico, meno di un quinto della Svezia (prossima al Circolo Polare Artico).


Differenti capacità di investimento, barriere burocratiche, rischi di natura geopolitica e tensioni legate all’instabilità finanziaria dei singoli Stati sembrano mostrare come l’energia pulita, finora, si sia diretta verso aree che consentono finanziamenti sicuri e a basso costo, lasciando dunque indietro zone interessanti in termini di ventosità e irraggiamento.


I costi iniziali dell’investimento sono infatti uno scoglio difficile da superare nel caso di impianti a fonti rinnovabili: non solo i tassi di interesse hanno una notevole incidenza sulla possibilità di finanziare o meno un progetto, bensì risultano particolarmente elevati nei Paesi emergenti, rallentando così ogni avanzamento nella produzione di elettricità pulita ed economica. Appare dunque ragionevole auspicare l’aiuto delle economie occidentali e un forte impulso agli investimenti, a fronte di una diminuzione dell’8% dei fondi per l’energia pulita destinati agli Stati in via di sviluppo dal 2020. Stando alle proiezioni dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, per azzerare le emissioni globali di CO2 entro il 2050, i finanziamenti dovranno aumentare di sette volte e raggiungere 1 trilione di dollari entro la fine del decennio.

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