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Petro frena sui combustibili fossili? La Colombia punta sulle energie verdi

Di Valentina Chabert

Con l’elezione del primo Presidente di sinistra della storia, in Colombia si accendono le speranze per una svolta green che dovrebbe portare il Paese a ridurre la produzione di combustibili fossili. Tra gli impegni del neo-presidente Gustavo Petro e del suo Vice – l’ambientalista Francia Marquez – figurano infatti i molteplici obiettivi della limitazione della dipendenza economica da petrolio e carbone, lo stop alla concessione di nuove licenze per l’esplorazione di idrocarburi per l’intera durata del mandato presidenziale e, non da ultimo, l’interruzione di tutti i progetti pilota di fracking ed estrazioni offshore.


Se Petro riuscirà a mantenere le promesse che gli sono valse la vittoria elettorale, la Colombia potrebbe quindi diventare il più grande produttore di combustibili fossili a decretarne lo stop, seppur attraverso un percorso graduale.


Il manifesto del Presidente latinoamericano prevede inoltre l’impegno per una transizione che coinvolga i principali player del Paese - in particolare la compagnia petrolifera di Stato Ecopetrol, attiva in tutte le Americhe. Secondo Petro infatti l’impresa dovrà svolgere “un ruolo di primo piano nella transizione”. Inoltre, un nuovo meccanismo permetterà la generazione e in seguito la vendita di “crediti di carbonio” per le emissioni di gas serra che si sono risparmiate abbandonando l’estrazione di gas, petrolio e carbone e proteggendo, di conseguenza, la foresta pluviale amazzonica.


L’idea di una svolta green dello Stato non sembra tuttavia essere nata con Petro. Di fatto, già in seno al Vertice Internazionale sul Clima di Glasgow (COP26) dello scorso novembre la Colombia si è avvicinata alla Beyond Oil and Gas Alliance, l’iniziativa dei Paesi impegnati ad eliminare gradualmente la produzione di gas e petrolio (guidata da Costa Rica e Danimarca) che, nel complesso, include lo 0,2 % dell’estrazione petrolifera globale. A tal proposito, la Colombia – che da sola rappresenta circa l’1% dei combustibili fossili prodotti nel mondo (in particolare il carbone, di cui è sesta esportatrice a livello internazionale) potrebbe entrare a far parte dell’Alleanza in seguito alla trasformazione in legge dell’impegno a porre fine all’aumento delle estrazioni. L’adesione richiederebbe inoltre al Paese di fissare una data finale per la produzione di combustibili fossili sulla scia degli avvertimenti dell’International Energy Agency (IEA), secondo cui gli investimenti nei progetti del gas, petrolio e carbone appaiono in netto contrasto con i target climatici.


Ciononostante, la transizione verde non avrà vita facile in Colombia: la maggioranza in Parlamento sembra di fatto tendenzialmente contraria ai progetti di Petro, e la Corte Suprema avrebbe inoltre la competenza a contestare le sue riforme. Al contempo, il Presidente potrà staccarsi dai fossili in un lasso di tempo di soli quattro anni, poiché la Costituzione colombiana esclude un doppio mandato. Le esportazioni di petrolio e carbone, infine, rappresentano la principale fonte di valuta estera del Paese e fino ad un terzo del PIL delle regioni di Cesar e La Guajira: una drastica riduzione delle attività estrattive e quindi un taglio dei posti di lavoro avrebbe dunque potenziali implicazioni anche per la stabilità sociale dello Stato.


A ben vedere, Petro e Marquez prevedono una spinta delle rinnovabili in queste aree, implementando progetti solari nelle zone desertiche settentrionali attraverso accordi di “proprietà mista” con le comunità indigene Wayuu, i lavoratori delle miniere di carbone e i poteri locali.


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